un giorno mi ringrazierai per questo
“Un giorno mi ringrazierai per questo, piccola” . Questa la sentenza delle labbra di John mentre rimette a cuccia la cinghia tra i passanti dei pantaloni. Una donna in lacrime spiegazzata di piaghe su un letto sfatto. Questa sono io, Shelly, e dentro urlo “ancora”.
Ne voglio ancora. È successo ancora. Dammele ancora. E la prossima volta ti troverai a dover sfiatare “Basta” da quella fogna che è la tua bocca.
Stando al conto delle mie cicatrici, questa storia è iniziata all’incirca 97 giorni fa. Stando al conto dei denti che mi sono rotolati dalle gengive, direi circa 3 mesi. Stando al conto dei giorni di ritardo del mio ciclo, sono incinta. Stando al mio conto in banca, sono al verde.
Sono una Barbie scarabocchiata di lividi.
Apparteniamo solo a chi è in grado di farci del male. Picchiami e sarò tua per sempre. Violentami e sarò per sempre la tua puttana. John mi ha tenuta così. Perché quando ha iniziato a frustarmi di insulti e investirmi di cinghiate, ho sentito tutti i pori della mia pelle che si dilatavano come vagine affamate. Mi sono lasciata scopare con il dolore di un’orfana. John è mio perché so sottomettermi e ribellarmi. John è diventato mio perché gli ho permesso di distruggere qualcosa di bello. Sempre. Ma non oggi.
Mi alzo dal letto dove ho lasciato una sindone di sangue e raggiungo il bagno con andatura sciancata. Poi vado in cucina e gli passo vicino, sentendo l’odore forte del suo sudore alcoolico. Lo guardo da sotto il buio dei miei occhi neri e gli dico “ora devo dirti grazie con un regalo speciale. Ma devi fidarti di me, altrimenti non funzionerà.” Gli dico “siediti in ginocchio al centro del tavolo e rilassati. Vedrai che ti piacerà”. Lui capisce che ora comando io, e che sarebbe davvero un peccato mortale non approfittare di una delle mie stramberie, se non altro per inserirlo nel curriculum delle sue scopate. Come un martire arreso si piazza al centro del suo patibolo e chiude gli occhi. Per prima cosa gli lego i polsi dietro la schiena, in modo che le dita gli solletichino le piante dei piedi. Poi immobilizzo anche quelli, e lego tra loro le quattro estremità con una corda ruvida come la sete. Cammino lenta intorno al tavolo guardando da tutte le angolazioni questa meravigliosa e lurida scultura di carne. Dico: “ora potrai diventare mio”. Lo bendo con del nastro adesivo che avvolgo e premo per bene attorno al suo capo colpevole, sperando che gli si incolli alle sfere lattiginose degli occhi. Come un avvoltoio continuo a girare in tondo, in modo da disorientarlo con il suono della mia voce concentrica. Non l’ho imbavagliato perchè voglio sentire il suo respiro ma “non azzardarti fiatare”. “bene, John, ora ti racconterò una bella storia. Sai, quando ho avuto la prima mestruazione, la prima cosa che mi ha insegnato mia madre è che il sesso è potere. Sei d’accordo, John?”. Lui divincola il collo come un tacchino cieco. “coraggio, John, rispondi a Shelly”. Vedo che annuisce. “La seconda cosa che mi ha insegnato, invece, è che c’è sempre una certa quantità di morte, in un orgasmo. Vedi, più ti avvicini a un dolore assoluto, più puoi assaporare il godimento della vita. E mi sembra che io e te questo lo sappiamo bene. La terza cosa, invece, me l’ha insegnata una mia amica giapponese: è una tecnica che usavano le geishe quando volevano donare l’estasi più profonda al loro amante. Ed è quello che sto per fare con te”. Vedo che i suoi denti cesellano di angoscia ed eccitazione la carne delle labbra. “Non devi avere paura”. Tiro fuori dal secondo cassetto il cappio che ho preparato stamattina e lo masturbo finché non si allarga abbastanza da farci passare la testa di John senza sfregamenti, ma lo lascio abbastanza stretto da fargli capire ciò che gli sto mettendo al collo. Vedo che i capelli si rizzano sulla sua nuca come cicale all’odore del primo freddo. Salgo sul tavolo e stringo la sua testa tra le mie cosce, mentre faccio passare la corda dell’occhiello d’acciaio che regge il lampadario. Poi inizio ad intrecciare questi fili di morte finché non mi trovo una corta crocchia di rayon tra le mani. La lascio cadere e vedo che pende di appena una spanna dal soffitto. Perfetto. Prima di scendere solletico la collottola di John con i peli del mio sesso, ma smetto prima che possa ricordarsene. Smonto dal tavolo spostandolo un po’, facendo leva con le dita dei piedi, tuffandomi sul pavimento freddo e bluastro. Dico “sei pronto?” e lui annuisce inchinano il capo. Allora gli slaccio la patta e pesco il suo uccello impennato tra le pieghe dei boxer, e inizio a solleticarlo con la lingua nella fossetta che ha tra le palle. Poi risalgo e quando arrivo sull’orlo della cappella la mia bocca si lancia in picchiata sul suo cazzo volteggiando come un ottovolante, mentre spingo poco per volta il tavolo sotto di lui, e lui sempre più in gola. Lo guardo con occhioni di bambola rivoltati all’insù e vedo la faccia di un bambino che aspetta una sorpresa. Le mie labbra si staccano da lui con una stola di saliva. Lui mormora “perché hai smess…” e io butto in avanti il tavolo con tutte le mie forze. Lui oscilla come un coniglio braccato appeso al soffitto e io tappo il suo pene violaceo con la bocca appena in tempo.
Ora ho la sua anima infetta sigillata tra le labbra e la sputo a terra. “Ora non potrai più distruggere qualcosa di bello, John”. Ora cullo il mio ventre gravido e dico “Un giorno mi ringrazierai per questo, piccola”.
3 Commenti
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bello e disperatamente triste, la tua scrittura mi ricorda il Lynch di cuore selvaggio. sei dannatamente brava.
grazie mille! che ne pensi de “il cuore disertore”? mi piacerebbe avere un tuo parere!
adesso scappo, appena ho un secondo lo leggo. tu ancora non hai degnato il mio blog e i miei racconti della dignità di un tuo commento. (mi aspetto evidentemente un commento)
ciao ciao
adesso dopo un pomeriggio di limatura della tesi e ascolto di un convegno di federmeccanica in mp3 su legge e contrattazione collettiva me ne scappo a giocare a calcetto