liberami
Erano le tre di ieri notte e non riuscivo a dormire e neanche a pensare. Le sillabe non scorrevano sulla tastiera come dovevano. Stavo in silenzio, a fissare la mia pagina bianca digitale, sentendo della musica che non ascoltavo. Poi, è squillato il telefono. “pronto” dico io. “salvami” dice una voce spezzata di donna, e riattacca. Click. Fine. Cut. Io penso “fottetevi idioti fancazzisti”. E mi rimetto a fissare lo schermo, cerco di rimontarmi la testa ma mi sembra che manchi un pezzo, la solita rotellina bastarda che ha deciso di infilarsi sotto la gamba del tavolo. Di nuovo il telefono squilla e mi sbalza fuori dalla poca concentrazione inutilmente raccolta. Dico “pronto” secca e pungente come uno stuzzicadenti spezzato, e la voce dice “solo tu puoi salvarmi” e poi la fatidica frase: “Per favore, liberami, ti prego”. Click. E io strappo il sigillo di una bottiglia alcolica a caso, ne verso circa un quarto in una tazza, e lo trangugio per stordirmi e non pensare. Per non sentire quella voce, che si è infilata anche negli altoparlanti e dice “cercami” facendomi sobbalzare come se a una bestemmia fosse seguito un black out. Ma quella voce la sento lo stesso e distrattamente rispondo “sì, ma dove?”. Urlo: “dove?”. E la voce mi risponde direttamente da dentro la mia testa e dice: “gioca”. Penso “Dio mio, sto andando fuori di testa. Ho bisogno di una bella vacanza e di un po’ di litio. Fanculo tutto, io vado a dormire”. Mi butto sul letto, e la mia testa cade sul cuscino come decapitata. E la vedo sul soffitto delle mie palpebre chiuse: legata, mani e piedi, e imbavagliata. Mezza nuda e terrorizzata. Con la faccia deformata dalla pallina di gomma che le tappa la bocca, e con i polsi tesi che cerca di smollare i nodi che la immobilizzavano. Lei mi guarda e i suoi occhi dicono “aiuto”, dicono “non voglio morire”, dicono “sei già al mio posto”. Scatto a sedere sul letto con gli occhi sbarrati e umidi. Con la bocca spalancata e secca, il respiro corto e caldo. Prendo il mio quaderno e scrivo: “Questa non sono io. Ma è così che siamo tutti. Legati e imbavagliati come maiali, con le carni grasse bene in vista e l’anima ingoiata di colpo perché è un boccone troppo amaro. Così è come ci piace stare, raccolti come feti nelle nostre illusioni. Questa non sono io, ma questo è come si sente un’aspirante scrittrice che si trova imbavagliata dalla fretta. Dall’aver perso il suo punto di vista. Dal non essere protagonista di nessuna storia. Questa, allora, sono io, che mi dibatto e soffro perché mi sembra di non avere più niente da dire. Questa non sono io, è la mia creatività legata e intrappolata nelle pagine della mia agenda”. La biro si ritrae nel suo guscio con uno scatto, salto fuori dal letto vestita così come ci sono entrata e sbatto la porta alle mie spalle. Ora so cosa fare. Ora ho una missione.
La notte è blu e grigia di nubi rade. Si sente solo il vociare ovattato di qualche televisore lasciato acceso. Appena esco dalle vie strette dai palazzi, per prima cosa respiro a fondo, e il mio fiato produce uno strano fruscio. Quando entra l’aria sa di periferia e di erba appena tagliata, sa di freddo primaverile e gomma. Quando esce sa di marcio e fatica, ma sempre meno, respiro dopo respiro. Cerco di non pensare a quello che sto facendo, cerco solo di sentire il mio corpo che lo fa. Mi dirigo verso il parco della mia infanzia, e punto le altalene, che il vento fa oscillare con un cigolio sottile. Monto, inizio a spingere le gambe teste nell’aria e a sentire l’uovo metallico e freddo della vertigine che rotola su e giù dentro di me. Sento la brezza in cui mi infilo e mi sfilo che mi scompiglia i capelli, che si sfrangiano in fili sottili e crespi. Tengo gli occhi bene aperti, le mie pupille si dilatano fino a vedere mondi nascosti; poi li chiudo e sento l’ebbrezza di essere vergine e bambina di nuovo, mentre rischio di cadere in un vuoto senza confini. Sento un serpente elettrizzante che mi risale la schiena e si propaga in un istante in tutto il mio collo, facendomi sentire la pelle congelata e pronta a rompersi e a diventare farfalle. Penso a mia madre penso ai biscotti e alle bolle che facevo con la cannuccia nel latte caldo. Penso alla prima volta che ho fato l’amore e alla prima volta che ho assaggiato il gelato al limone. Penso all’euforia delle montagne russe e delle scorribande estive nella città deserta, cantando seduta sul finestrino abbassato. Penso alla prima volta che ho urlato di rabbia felicità dolore o senza senso, solo per il gusto di sentire fin dove potevo arrivare. E allora io urlo di nuovo di rabbia felicità e dolore e una risata sgorga a singhiozzi dalla mia bocca e scivola sulle giostre spente, le colora e le accende di fantasie e immagini che esplodono di luce e allora io mi butto sulla ghiaia che si sporca subito di terra, e ferite, e sangue e gioia e grazie e grazie. E Dio sono viva. Ancora. E allora corro di nuovo per le strade e ballo una filastrocca dolce e folle sull’asfalto e corro a casa, e scrivo e scrivo e batto sulla tastiera ogni pezzo di cuore e di anima che ho.
Stanotte il telefono non ha ancora squillato. Stanotte non ho sentito quel sussurro rotto e infantile: “per favore, liberami, ti prego”.
Sono seduta sulla poltrona di vera pelle vera del mio salotto, sigillata dal resto del mondo. Sono lì che stringo una tazza sbeccata di martini-cola, e fisso il buio. Sono lì, perfettamente immobile, con i muscoli tesi e pronti a scattare verso il telefono, verso di lei, verso la sua mano tesa. Dio, spero solo che la sua mano sia ancora attaccata al resto del corpo. Ecco, è questo che penso, prima di darmi dell’idiota suggestionabile. Ma rimango lì, e aspetto. Spero solo che sia ancora viva. Spero di aver fatto la cosa giusta. Accendo una sigaretta e la rigiro tra le dita come se volessi attorcigliaci dentro un messaggio. Se sei libera, chiamami, ti prego. Ho bisogno di una conferma. Ho bisogno di sapere di non aver fallito. Mi faccio terrorizzare e penso che Lei potrebbe anche essere ormai in via di decomposizione, sciolta nella acque nere della mia città. O, se sono fortunata, in volo su un unicorno bianco e lilla. O, se sono malata, all’inaugurazione della sua nuova mostra dal titolo: “reazioni umane incomprensibili”, con le installazioni video della mia follia. Sta di fatto, che oggi le mie pagine sono un po’ meno vuote di ieri.
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