possibilità
Giorno 1
La sveglia suona alle 7.15 esatte, come tutte le mattine. Henry appoggia il piede destro sul tappetino a bordo del letto, poi si dirige verso il bagno, menandosi il cazzo intorpidito dalla nottata insignificante. Piscia senza alzare la tavoletta, e qualche goccia disegna una costellazione giallo paglierino sul bianco della plastica. Il cervello di Henry è ancora su OFF e accende la macchinetta del caffè senza cambiare la cialda. Beve quello che dovrebbe essere caffè ma che in realtà è solo immondizia sciacquata e una smorfia di disgusto gli si disegna sul volto, quando le sue papille gustative percepiscono il gusto stantio della bevanda, e questa gli scivola nell’esofago tracciando una scia di mucose bruciate. Pensa “oddio ma che cazzo di schifo” e allora Henry versa il contenuto della tazza nel lavandino, butta la vecchia cialda e ne prende una nuova, la infila nella macchinetta e preme il grosso pulsante argentato vicino alla scritta “espresso” e una grossa spia rossa si accende. Mentre il piccolo elettrodomestico riempie la stessa tazza che aveva svuotato, Henry si passa le dita agli angoli degli occhi per togliere le piccole incrostazioni di siero e sonno che si sono formate durante la notte. Poi passa le dita nelle orecchie, in cerca di tracce di sporco fossile. In un unico sorso trangugia il caffè, che ripercorre nell’esofago la stessa scia ustionata del caffè marcio di prima, prende una brioches confezionata dalla scatola e con il pugno rompe la plastica monodose con un unico, sonoro, “poffff”. Tre morsi e anche la brioches scivola nell’esofago, e poi nello stomaco, per iniziare ad essere scomposta in monosaccaridi ed entrare nel circolo sanguigno, pronta ad assolvere al compito energetico per la giornata appena iniziata. Di nuovo in bagno: lo spazzolino a setole dure ormai aperte a metà come la testa di un bravo ragazzo degli anni ’60 gli graffia le gengive, lasciando una leggera colorazione rosa nello sputo schiumoso nel lavandino; sotto la doccia Henry canticchia motivetti commercial-danzerecci tipo “uah uah uah” insaponando il suo corpo autoabbronzato e banale. Poi si infila in uno dei suoi completi grigio-dipendente, fresco di lavanderia a gettoni, prende la valigetta preparata la sera prima ed esce di casa. In ascensore controlla che lo smalto sui denti non stia iniziando a cedere, prova un paio di smorfie da rimorchio o di sicura affidabilità. Henry percorre due isolati assediati dal traffico delle 8:30 e scende le scale della metropolitana; poi supera i tornelli, arriva alla banchina e sale sulla prima carrozza. Di fronte a Henry siede una biondona tutta curve strizzata in un taillure nero. Henry pensa: “dio santo…” e abbozza un sorriso, che la biondona non vede. Di fianco a lei, una ragazza in jeans e t-shirt, abbozza anche lei un sorriso, che Henry non vede. dopo 9 fermate, ovvero 10 minuti e 46 secondi, Henry si alza e aspetta l’apertura delle porte. Lì, in piedi nella puzza del vagone, Henry sente come una sorta di prurito interiore, ma non si gratta perchè ha le mani occupate dalla valigetta e dalla giacca ripiegata su un braccio; scende dalla metropolitana, sale le scale che lo riportano in superficie, mormorando qualche “dio santo…” alle bellone infighettate che gli passano di fianco, arriva in ufficio, lavora alla sua postazione prefabbricata, pranza in mensa, fuma due sigarette dopo il caffè torna alla sua postazione prefabbricata lavora smette di lavorare esce dall’ufficio scende le scale della metro sale sulla prima carrozza si siede per 9 fermate ovvero 10 minuti e 46 secondi scende dalla metro, risale in superficie, cammina per due isolati assediati dal traffico delle 8:30 prende l’ascensore controlla lo smalto dei denti apre la porta di casa declina gli inviti degli amici pensa alle ragazze che gli piacciono e non ci stanno non pensa alle ragazze che potrebbero piacergli e ci starebbero anche se solo lui si sforzasse di andare oltre le curve e i capelli biondi e i vestiti da donna in carriera si masturba pensando alle donne in carriera fa una doccia lava i denti si infila sotto le lenzuola e punta la sveglia. Poi pensa. È tutta la giornata che Henry ha la perenne sensazione di non aver fatto qualcosa, di aver mancato un’occasione importate, come una scia di incombenza e di eventualità, come se avesse dimenticato qualcosa prima di un lungo viaggio. Per tutta la giornata, Henry cerca di focalizzare, di ricordare, fare. Solo ora, prima di andare dormire, riesce a trovare la risposta, il tassello liscio e zigrinato del puzzle. C’è stato un momento, in realtà un qualsiasi momento della giornata, in cui Henry ha inspiegabilmente avuto l’impressione che se avesse fatto un gesto, in realtà un qualsiasi gesto, fuori dalla routine, fuori dalla catena di montaggio dei suoi respiri e dei suoi battiti, fuori dalla lista programmata delle sue azioni, avrebbe potuto cambiare la sua vita per sempre. Henry sospira con sollievo. È contento di quella rivelazione. Henry ha trovato il suo click. Quel momento in cui la tua vita si dirama come una doppia fila di formiche che viene e va al formicaio, accerchiate da briciole di provviste e dalle orme del percorso. Allora Henry lascia che la testa sprofondi nell’accidia del cuscino. Poi chiude gli occhi, e prima di addormentarsi pensa: “domani è un altro giorno”.
Giorno 2
La sveglia scatta alle 7.15 in punto, come tutte le mattine, ma Henry sa che questa sarà una giornata diversa da tutte le altre. Henry scende dal letto con il piede giusto quella mattina, poi va in bagno, trastullandosi l’uccello intorpidito dall’inattività. Orina distratto, imperlando con qualche goccia la plastica bianca dell’asse. Henry è ancora mezzo addormentato e del tutto rincoglionito e fa andare la macchinetta per l’espresso senza mettere una cialda nuova al posto della vecchia. Trangugia quello che dovrebbe essere caffè ma che in realtà è solo acqua sporca di caffè e una smorfia schifata sconvolge il suo volto che si ripiega come un’auto rottamata, quando la sua lingua ne sente il sapore rancido che gli scivola in gola segnando un percorso di tessuti ustionati. Nella sua testa dice: “oddio ma che cazzo di schifo” e allora Henry rovescia la tazza nel lavandino, toglie la vecchia cialda e ne mette una nuova, che inserisce nella macchinetta; poi schiaccia il grande bottone metallico del caffè “espresso” e la grande spia rossa si illunina. Mentre il piccolo italiano robotico riempie la tazza, Henry rimuove le incrostazoni notturne passandosi le dita agli angoli degli occhi. Poi le rigira nei padiglioni auricolari, alla ricerca di piccoli grumi di cerume e pelle secchi. Beve il caffè con un unico sorso, che ritrova come un cane antidroga lo stesso pecorso di tessuti bruciati del caffè marcio di prima, afferrra una brioches da supermercato dalla scatola e con un colpo della mano fa scoppiare l’involucro monodose con un unico sonoro “poffff”. Tre gnam gnam e anche la brioches segue i due caffè nell’esofago, e poi nello stomaco, per iniziare ad essere digerita ed entrare nel circolo sanguigno come zucchero semplice, pronta soddisfare le prime richieste energetiche della giornata appena iniziata. Ancora in bagno: lo spazzolino a setole dure ha ormai la riga in mezzo come la testa di un bravo ragazzo degli anni ’60 gli ferisce un po’ le gengive, che rilasciano una tinta rosa nella schiuma che Henry sputa nel lavandino; sotto la doccia Henry accenna canzonette commercial-danzerecci tipo “uah uah uah” lavando il suo corpo innaturalmente abbronzato e naturalmente banale. Poi indossa uno dei suoi abiti grigio-impiegato, fresco di lavandaia automatica, impugna la valigetta preparata la sera prima come se fosse una borsa di prada e si lascia la casa alle spalle. In ascensore verifica accuratamente che il brillare dei denti non stia diminuendo insidiato dalla placca e dal tartaro, collauda qualche faccina da accalappia-figa o di lasci-fare-a-me-sono-una-personaresponsabile-io. Henry cammina per due isolati circondati dal casino automobilistico delle 8:30 e si addentra nella metropolitana; poi passa i tornelli, va alla banchina e quando il treno arriva sale sulla prima carrozza. Henry è di fronte a una sventola bionda tutta curve confezionata in un abito nero in due pezzi. Henry dice a se stesso: “dio santo…” e schizza un sorriso, che la sventola bionda non nota. Una tipa che non è una sventola bionda tutta curve, schizza anche lei un sorriso, che Henry non nota. Dopo 9 fermate, ovvero 10 minuti e 46 secondi, Henry si prepara a scendere e aspetta l’apertura delle porte. Henry sente come un ronzio in qualche area assopita del cervello, ma non perde tempo a scacciarlo perché pensa:”tanto se ne adrà da solo”; scende dalla metro, sale verso il mondo assolato, farugliando qualche “dio santo…” alle gnocche tirate che lo sfiorano nella calca mattutina, arriva in ufficio, lavora seduto sua postazione prefabbricata, si ciba alla mensa aziendale, succhia due sigarette dopo il caffè torna alla sua postazione prefabbricata lavora smette di lavorare esce dall’ufficio scende le scale della metro sale sulla prima carrozza si siede per 9 fermate ovvero 10 minuti e 46 secondi scende dalla metro, risale in superficie, cammina per due isolati assediati dal traffico delle 8:30 prende l’ascensore controlla lo salto dei denti e brufoli in arrivo apre la porta di casa dice no agli inviti degli amici pensa alle ragazze che gli piacciono e non ci stanno non pensa alle ragazze che potrebbero piacergli e ci starebbero anche se solo lui si sforzasse di andare oltre le curve e i capelli biondi e i vestiti da donna in carriera si masturba pensando alle donne in carriera fa una doccia lava i denti si infila sotto le lenzuola e punta la sveglia. Poi pensa. È tutta la giornata che Henry ha la perenne sensazione di non aver fatto qualcosa, di aver mancato un’occasione importate, come una scia di incombenza e di eventualità, come se avesse dimenticato qualcosa prima di un lungo viaggio. Per tutta la giornata, Henry cerca di focalizzare, di ricordare, fare. C’è stato un momento, in realtà un qualsiasi momento della giornata, in cui Henry ha inspiegabilmente avuto l’impressione che se avesse fatto un gesto, in realtà un qualsiasi gesto, fuori dalla routine, fuori dalla catena di montaggio dei suoi respiri e dei suoi battiti, fuori dalla lista programmata delle sue azioni, avrebbe potuto cambiare la sua vita per sempre. Henry sospira con sollievo. È contento di quella rivelazione. Henry ha trovato il suo click. Quel momento in cui la tua vita si dirama come una doppia fila di formiche che viene e va al formicaio, accerchiate da briciole di provviste e dalle orme del percorso. Allora Henry lascia che la testa sprofondi nell’accidia del cuscino. Poi chiude gli occhi, e prima di addormentarsi pensa: “domani è un altro giorno”.
Giorno 3
La sveglia trilla alle 7.15 spaccate, come ogni giorno…
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Parliamo della tua scrittura, qualche volta.
volentieri!mi interessa sapere cosa ne pensi…ma perchè?dici che dovrei ricominciare a drogarmi?
ma no dai, esagerata.
P.S.: sul mio blog c’è un sondaggio.
provvederò a leggere e votare
…cmq…dai,seriamente, in che senso parliamo della mia scrittura?
nel senso che non appena avrò un minuto per mettere giù una mia opinione in maniera organica lo farò, la tua scrittura ha dei punti interessanti e penso che comunque sia sempre utile confrontarsi tra scrittori dilettanti (oddio poi magari tu sei professionista e sto facendo una gaffe)
ok…recepito…trovo anch’io che sia utile e stimolante, anche perchè a volte, senza leggere altro, si rischia di infognarsi sterilmente nel proprio stile…cmq mi piacerebbe passare alla categoria “scrittrice professionista”, anche se di fatto è quello che inizierò a fare per lavoro…ma lo sento più come un salto personale che come un compito, o una mansione, e non so quanto riuscirò a scrivere “le mie cose” sul posto di lavoro…spero, prima o poi, di riuscire a farlo…come sempre campo di speranze…
la sai la storiella di chi vive sperando, no?
no…la mia generazione non ha contenuti!!!
chi vive sperando muore ca…(fa rima)
l’aveo intuita, ma vivevo nella speranza di…(no! di nuovo, no!) - rumore di passi affrettati
“lo spazzolino a setole dure ormai aperte a metà come la testa di un bravo ragazzo degli anni ’60 gli graffia le gengive”
(bellissimo)”corpo autoabbronzato e banale”(idem)
esercizi di stile?
…no…forse solo follia
cmq credo che tra poco avrai modo di appurarlo di persona, no?