senza scampo - parte III

Era davvero una brava ragazza la nostra Destiny. L’avevo incontrata per caso, un giorno di qualche mese prima, mentre cercavo di nascondermi da una delle solite single ingenue e arrapate che riuscivo a portarmi a letto con la scusa di essere un malato terminale: le rassicuravo sul fatto che il morbo non fosse infettivo e mi infilavo tra le loro compassionevoli gambe, osando chiedere qualsiasi cosa, sapendo che la loro infinita misericordia non mi avrebbe negato nulla. Ero entrato di colpo in un bar, spingendo la porta a vetri con la scritta “colazioni calde e fredde” ed ero corso tra i clienti ammassati come pecore attorno al bancone. Loro si erano girati a guardare la corrente d’aria che sbandando avevo lasciato dietro di me e io ero andato a nascondermi dietro il bancone. E dietro il bancone c’era lei. E dentro la gonna in cui mi ero infilato come un bambino in fuga dal padre violento c’era ancora lei. Lei che non aveva avuto nemmeno un sussulto nel sentire il mio fiato che tamburellava il suo interno coscia. Lei che non aveva fatto una piega nel dire a quell’altra che no, non aveva proprio visto nessun bastardo con una maglietta azzurra entrare nel locale. La numero “n” allora si era girata sbuffando da sotto la testa china, con le spalline del vestito abbassate sulla schiena sudata. Poi, con me ancora sotto, si era piegata a prendere le tazze pulite e roventi dalla lavapiatti, e mi aveva spinto il culo in faccia, per farselo baciare come ringraziamento. Aveva mormorato: “adesso mi devi qualcosa, bastardo con la maglietta azzurra”. Io le ho scostato le mutandine e ho iniziato a mangiare avidamente la mia colazione dei campioni, guarnita con abbondante sciroppo dolciastro, che mi colava dagli angoli della bocca. A questo pick-nik a sorpresa erano seguiti una serie di soddisfacenti pasti nudi, consumati senza troppe buone maniere in camere di motel mai pagate, in auto prestate da inconsapevoli proprietari, in parchi affollati da scoiattoli guardoni. La cara porca Destiny, non avrei mai detto che si sarebbe ridotta così, con le gambe bianche piene di graffi e fili d’erba, con un’altra vita da sopportare in pancia, con una pistola in mano pronta a ricamarmi il petto.
Non so esattamente quanto tempo sia passato, sono disteso sotto al letto che diventa un tavolo della mia roulotte e ascolto i miei respiri rimbalzare sui cuscini di ciniglia marrone, che da qui sembra solo nera. Ascolto il suo starnazzare in giardino, il suo ricordarmi cose che ho detto e cose che ho fatto, e aspetto solo che se ne vada, che la smetta di perseguitarmi con il suo utero gravido di obblighi e catene. Poi smette, e c’è solo il rumore delle cicale che hanno iniziato il loro sproloquio serale e io aspetto ancora per capire se davvero ha smesso, se davvero si è arresa alle sue nausee solitarie. Aspetto. Aspetto. Aspetto. Ancora silenzio, silenzio, silenzio. Allora mi sfilo dalla mia tana, striscio sul pavimento di formica ruvida e timidamente scosto un angolo di tenda: Destiny è ancora lì, seduta a gambe incrociate in mezzo al prato e culla la pistola carica tra le braccia piene di bigiotteria vintage. Forse piange, perché delle righe di acquerello nero le scendono sulle guance, e ogni tanto sussulta emettendo rantoli ovattati. Singhiozza cose insensate del tipo “deve amarci perché è lui che ci ha fatte così” e le parole le si incagliano in gola, come le note nei graffi di un disco rotto. Rimango un attimo a guardarla, e mi commuoverebbe, se non fosse che è diventata brutta, noiosa e sporca di dolore. Torno a strisciare sul pavimento e arrivo alla fine del salotto, al bagno, alla finestra del bagno: guardo fuori e vedo la caddillac rossa poco più a lato. Penso: “grazie a Dio non avevo soldi per mangiare” e inizio a calare pezzo dopo pezzo il mio corpo ossuto dall’oblò spalancato, che mi partorisce sul vialetto sterrato senza troppa fatica. Le chiavi per la mia fuga sono lì, che mi aspettano penzolando dal quadro. Mi avvicino furtivo, poi salto al posto di guida e metto in moto, ingrano la retro e il muso ammaccato dell’auto si allontana dalla parete ammaccata della roulotte, faccio inversione e parto con uno strappo del motore. Mi eclisso in una nuvola di polvere, al riparo da Destiny che appare sconvolta e incredula nello specchietto retrovisore e mi guarda scappare sotto il suo naso umido di pianto. Vado lontano, sempre più lontano dalla mia casa, dai nani di ceramica e da Destiny, che isterica d’odio inizia a correre, a gridare, a sparare. Le sue parole arrivano con i proiettili che non mi colpiscono e dicono: “Non puoi scappare! Non puoi scappare!”.

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