senza scampo - parte VII
Una cadillac rossa del ’57 con il muso ammaccato e i fanalini rotti si ferma in uno spiazzo sterrato all’esterno di un motel abbandonato. La donna con i capelli rossi scende dall’auto, e apre il portabagagli dove Herbert Miller è rannicchiato come un cappone sul banco del macellaio la Vigilia di Natale. È stropicciato, i baffi posticci gli penzolano da un lato della bocca, e per la prima volta da quando è con lei, Herbert Miller vede Destiny. Porta un cappello nero a falda larga e gli occhiali da sole anche se non è ancora giorno, e indossa uno dei suoi vestiti vintage da mercatino dell’usato. Vede Destiny sopra di lui e lei gli fa un cenno con la testa che vuol dire “esci di qui pezzo di merda”, poi guarda la sua immagine snaturata riflessa nelle lenti scure, che sembra il volto emaciato e ombroso di un fantasma che appare nello schermo nero di un televisore spento. Seguendo il monocolo nero della pistola Herbert esce barcollando dalla sua cella motorizzata e vede il piccolo motel abbandonato in cui vive da due mesi. Poi lei gli butta in faccia un mazzo di polaroid ingiallite dal sole con la rabbia di un croupier sconfitto, incrocia le braccia appoggiandole sul suo pancione maturo e lo guarda sadicamente compiaciuta da dietro il nero lucido delle lenti. Se fosse ancora quello di una volta Herbert le avrebbe detto: “hai messo su qualche chilo?”. Ma Herbert, il nuovo Herbert, se ne sta in silenzio e pensa: “non manca molto”. A Herbert, che raccoglie le piccole immagini quadrate dalla polvere, le foto sembrano tutte scattate in quello stesso momento: sono cadenti e infimi motel, dove qualcuno dei suoi se stesso ha vissuto per qualche tempo, immortalati mentre svaniscono nel fuoco, sorvolati da una nuvola di fumo nero che oscura l’alba. C’è il motel di San Diego, di Boston, di Dallas, di Denver. C’è anche quello di New Orleans, bruciato dalla furia di Destiny prima di essere spento dall’uragano Katrina. Tutti i camerini della sua fuga ora hanno le lampadine spente, gli specchi rotti e non sono altro che il telaio carbonizzato della sua corsa lontano da lei. Una folata di vento gli strappa dalle dita anche l’ultima istantanea e Destiny gli afferra la mano con le dita inanellate e la torce dietro la schiena di Herbert, che gli porge l’altra, permettendole di legarle con fare rassegnato. Come un condannato a morte Herbert piega la testa, sente dietro di lui lo scattare metallico di Destiny che gli ha messo un collare di metallo al collo, legandolo al paraurti della cadillac. Per la prima volta da quando la conosce, Herbert si chiede come faccia, a muoversi, a comparire, a cacciare, con quell’enorme bozzo ricurvo sul davanti. Per la prima volta si chiede se Destiny sia umana, poi sente la mano di lei sulla spalla, lo sguardo di lei sulla sua testa e la voce di lei che dice: “fuggire non è mai servito a nessuno.”
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