Senza scampo - parte XII
“Ancora” urla Destiny sopra di me, mentre fa su e giù sopra di me, mentre gode sopra di me. Piccole gocce di sudore stillano dai suoi capezzoli e la coda di capelli rossi e scuri le frusta la schiena come un gatto a nove code; io sento la sua figa che mi si contrae attorno, che mi avvolge e mi risucchia dentro la sua follia di spasmi e movimenti pelvici. Ha gli occhi rivoltati all’indietro, e mi tiene i polsi bloccati e uniti sopra la testa: mi domina, mi monta, mi scopa. Io cerco di sgropparla, di infilarglielo ancora più in fondo sollevando il bacino di colpo, e lei urla, sbalzata dal piacere, muovendosi sempre più forte, sempre più velocemente. Si morde le labbra, e continuando a cavalcarmi ordina “dimmi che ami dimmi che mi ami cazzo”. La sua voce esce a scatti come da una bambola parlante con gli ingranaggi rotti e io che davvero non riesco a pensare più a niente le vengo dentro e urlo “sì ti amo ti amo cazzo se ti amo”, facendo venire anche lei, come se si facesse scopare da un gruppo di consonanti. Lei si accascia sfiancata dall’orgasmo, io la sollevo un attimo e mi sfilo dalle sue gambe. Mi rivesto in fretta, a fianco del letto, cerco di fare finta che non sia successo quello che è successo, prego tutte le divinità in cui non credo e le dico: “ti chiamo io”. Lei annuisce ancora stonata dalle endorfine, io apro la porta e cado nel buio. A quel punto mi sveglio, sudato e ansimante, accendo di scatto la luce e rimango immobile a sentire i suoi respiri che non ci sono. Controllo fuori da tutte le finestre quasi con la speranza di vedere quella sua sagoma da dea della fertilità, ma lei non c’è. Infilo un occhio nello spioncino, e mi aspetto di trovarlo accecato dalla canna di una pistola pronta a far fuoco. Ma non c’è niente. E io rimango lì immobile per ore, sicuro che prima o poi lei arriverà. Ma lei non arriva mai. Dopo che le gambe hanno iniziato a formicolare, dopo che mi sono venuti i crampi, dopo che mi sono convinto che lei mi prenderà quando ormai avrò smesso di aspettarla, vado in bagno continuando ad aspettarla per paura di far avverare questa profezia paranoica. Mi lavo la faccia con l’acqua arrugginita del motel di turno e allora la vedo: riflessa nello specchio di fronte a me, come se fosse un altro lato di me, vedo Destiny anche se so che sono solo io. Vedo me stesso con il ventre tumefatto, gravido di mostri e incubi, che ululano e mi slabbrano la pelle cercando di uscire. Io muoio in un lago di sangue e urla e lei, Destiny, mio angelo persecutore, mi guarda rantolare e getta sale grosso sulle mie ferite. La sento ancora dietro di me, sento ancora i suoi respiri umidi sul collo e le sue braccia bianche che mi incatenano a lei con un lucchetto senza serratura. E in tutte le città, in tutti i paesini anonimi in cui mi fermo tutte le donne assomigliano a lei. Tutte potrebbero essere lei travestite da se stesse. E mentre giro nei supermercati, per le strade, nei parchi e negli uffici le vedo, queste femmine tutte uguali, con quegli sguardi fotocopiati, che cercano di bucarmi la coscienza con i loro pancioni sagomati di vita. Ma io scappo, abbasso lo sguardo e accelero il passo davanti a questi mostri di amore morboso e infetto. Sembrano arieti, sembrano bombe, piaghe, pestilenze, armi chimiche imbottite d’esplosivi e ormoni. Donne, persecuzioni, condanne. Baluardi di una vita stitica, martiri di un focolare spento, vacche cornute che preferiscono essere cornute piuttosto che essere libere. Carcerieri, pene, ergastoli del pene e del testosterone. Catene dell’anima e della giovinezza. Simulacri di una gioia sottovuoto. Donne, stupide, testarde. Mi manca l’aria. Ci sono troppe lei, sempre e dovunque, comunque pronte e sterilizzarmi, soffocarmi, sotterrarmi. Mi sento morire da un momento all’altro. Se sento lo sbattere di un tacco alto, di una risata acuta, di un bacio a schiocco. Ho ancora cinque diversi me stesso ma sono stanco. Sono stanco di scappare. Ho solo voglia di sparire, di mollare, di finire. Non ho voglia di diventare qualcun altro, vorrei solo poter ritornare ad essere nessuno. Il Nessuno di tutte, e non l’Herbert di Destiny. Herbert e la sua Destiny. È così che lei vorrebbe sentir dire. È così che vorrebbe che fossi, l’appendice delle sue mammelle gonfie, l’uomo che solo lei è riuscita a legare, ad ammaestrare e a castrare con un’unica biologica mossa. Vuole sfoggiarmi come un trofeo. “ciao, sono Destiny e questo è Herbert, il cazzo imbalsamato che porto sempre con me”. Lei l’ha fatto apposta. Tutte le volte che mi chiedeva “mi ami?” con quei suoi occhi traditori, meschini, perfidi, malvagi, crudeli e rivestiti di glassa, di amplessi, di sesso. Tutte le volte che mi diceva: “promettimi che ti prenderai cura di me” e io le rispondevo “certo”. Ma lei lo sapeva che non me ne fregava niente, che mi faceva semplicemente comodo. Lo sapeva benissimo che io volevo soltanto fotterla. Io non l’ho mai amata. Io non amo nessuno. Ma lei ha passato tutto il tempo a raccogliere prove contro di me, ad estorcere dichiarazioni sotto tortura della sua lingua, delle sue mani e della sua figa, per tessere la sua schifosa trama, il suo lurido piano per fottermi, per legarmi a lei con questo suo maledetto bisogno di essere amata, di essere scopata. Ma non ha funzionato, doveva trovarmi un’ancora più pesante che mi facesse rimanere ancora con lei, per sempre con lei. Sì, sembra proprio che abbia fatto apposta a rimanere incinta, a fare questo bambino, questo giocattolo di carne usato come esca. Potrebbe anche aver preso il mio sperma da un profilattico ed esserselo impianto da sola. E poi non è detto che quella volta sia rimasta incinta. Io non lo so, quindi c’è la possibilità che sia così. Potrebbe essersi inventata tutto e aver noleggiato uno dei costumi da donna incinta al magazzino di John. Hanno cospirato contro di me, si sono messi d’accordo per farmi fuori. Ecco perché John sapeva che mi dovevo nascondere. Ecco perché lei ha saputo dov’ero, e chi ero, ogni volta. Non è colpa mia, non è mai stata colpa mia. Io non ho mai voluto niente di tutto questo ma ora non mi importa più. Avrebbe potuto trovare una soluzione. A come Aborto, A come Abbandono, A come Amnesia. Ma quella puttana stronza ha scelto A come ammazzare, ha scelto A come ammazzare me in tutto quello che sono. Davvero ora non mi importa se è veramente incinta: mi ha già fatto tutto il male che poteva farmi. Da quasi due mesi sto nello stesso posto, ma alla fine anche qui sembra come un miscuglio dei cento posti diversi in cui sono stato. Se guardo intorno a me ci sono sempre le stesse tapparelle abbassate, gli stessi abiti logori e sporchi, le stesse facce di plastica per le strade in questo buco di culo di mondo. Non scopo più, non mi sballo più, non esco praticamente più, eccetto per andare a leggere il giornale alla tavola calda, dove mi conoscono come Jim-moustache, perché porto baffi che non ho, perché nessun’altro a parte Destiny possa sapere chi sono e venire a cercarmi. Impacchettato nel mio nuovo abito di sofferenza su misura, aspetto solo che lei venga a prendermi e la faccia finita con questa storia di inesistenti responsabilità rimandate al mittente. Non sono più Carl il motociclista, o Archie lo studente viaggiatore. Sono solo Herbert il perseguitato, Herbert il rassegnato. Herbert lo sconfitto. Nel buio della mia camera penso solo due parole: “sbrigati puttana” e attendo di sentire il colpo, quell’unico, assordante colpo, che mi dirà che è finita.
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